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Carlo Chenis

TRANSITI CONTINGENTI – AUSPICIO DELL’INEFFABILE

Sul frontone del tempio di Delfi era l’iscrizione: “Conosci te stesso”. Il pellegrinaggio verso la propria interiorità, fatto di estasi e di tormenti che giovano al grandeggiare dell’arte, conduce alle domande supreme per conoscere se stessi e il proprio destino: “Chi siamo?”, “Dove andiamo?”, “In che cosa possiamo sperare?”. Tali domande hanno talvolta condotto i portavoce della modernità alla disperazione, al nihilismo, allo scetticismo, all’indifferentismo, all’edonismo. Non sempre però questo secolo ha smarrito le vie della verità e della bellezza, pur balbettando con incerto dire e procedendo con esiti discutili.

Il rapsodico operare di Terenzio Eusebi sembra enunciare possibili risposte ai quesiti esistenziali, al fine di configurare un “senso” al transito vitale. Egli cerca e offre una direzione artistica. Con essa la sofferta quotidianità, lo studio critico, la sperimentazione temeraria, l’isolamento territoriale e le ascendenze stilistiche conducono ad un ingenuo procedere geometrizzato che sfugge dalla maniera compassata e dall’armonia convenzionale. I segni pittorici – definiti dall’artista “azzardi del pensiero” – rilevano l’insufficienza dell’espressionesensibile e sono provocazione al sentimento. Con formare materico e cromatico, dato da tecniche inconsuete e da inserti discrepanti, egli muta gli accadimenti pittorici in simboli per evadere dalla bruta contingenza. Analizzando il suo cursus artistico, emergono tali “azzardi di pensiero” che si fanno figura informale. Pigmento, disegno, materia dicono coincidenza di opposti che genera composizioni immote, seducenti, contrastanti, placate. L’arte è per Eusebi modo di fare per esorcizzare il quotidiano rimanendo drammaticamete fedele ad esso. La staticità delle sue opere parrebbe originarsi da esperienze di terribile paura o di fascinoso innamoramento. Nella sua arte si riflettono l’incerto fanciullo, il nomade errabondo, lo scapigliato sperimentatore, l’adulto inibito, l’animo distaccato, il cuore lacerato. La sua è pittura “nativa”, criptica, trasgressiva, evocativa, onirica. Gli “assurdi” informali diventano mute geometrie private di decorativismo, arricchite d’incertezza pacatamente cromatica. Il rapporto con l’opera è nel contempo personale e distaccato. Lo stile fragile e indefinito è paradossale realismo in cui inconsce visioni e coscienza allucinata indicano l’ipotetica via mediana su cui transitare.

La sua arte è allora romitaggio interiore, cifrato nella materia come in un rapido appunto dove appare il disagio tra rappresentazione e pensiero. Forse è il disagio della separazione di artefice e artificio, di essere e agire, di verità e opinione, di bene e male. Le direzioni di marcia sono l’onirico non narrato, ma impresso; l’animo seduttore e sedotto; il corpo inerte e spirituale. “Se le pennellate organizzano la spazialità della superficie e si mostrano nella concentrazione calma della stesura, le abrasioni e gli interventi dal di dentro e dal di fuori di tale pittura sono condizioni nervose di una mano veloce, di un gettito d’energia” (Mariano Apa) che è slancio creativo rubato e restituito alla natura.

Il muto delle sue opere copre sofferenza, dubbio, solitudine. Quanto figura con dire solipsistico, che vorrebbe però essere comunicativo, è carico d’energia, ma anche bloccato. Egli stesso confida: “Attingo,o meglio tramuto in energia, tutto ciò che partecipa al mio divenire fisico, spirituale, filosofico e percettivo”. È energia esistenziale umilmente sincretica, poichè sono ancora confuse le soglie della fisicità, della spiritualità, della metafisica e della percezione. Del resto, i protocolli canonici da cui esorbita rilevano la loro latente insufficienza, così che l’artista riveste la propria ricerca di segni cromatici argutamente stentati. L’intenzione pittorica pare immanentista, poichè considera la “percezione come essenza del tutto, separazione della componente sociale con valore ora positivo ora negativo”. Tale uscita dall’agire vacuo conduce però a percezioni inespresse non più immanenti alla natura naturata. Terenzio Eusebi è viandante del tempo che non sembra escludere un coscienzioso approdo verso l’infinito. Peter Seewald nella Premessa alla sua intervista con il Card. Ratzinger conclude riferendo un momento che ritenne chiave durante il colloquio: “A un certo punto gli chiesi quante vie ci fossero per arrivare sino a Dio. Non sapevo davvero che cosa mi avrebbe risposto. Avrebbe potuto dire: “una sola”, o “parecchie”. Al Cardinale non fu necessario molto tempo per rispondere: “tante, quanti sono gli uomini””. Eusebi disegna i transiti della sua coscienza, dove la tragica assenza di una risposta non solo persuasiva e di un diletto non solo sensuale, alludono, in modo ancora enigmatico, ad un “andar per fedi”. In tal “senso” egli dice: “l’opera diventa una superficie di contrasto tra un apparente accaduto ed un contenuto sacrale”. Pertanto il culto dell’accadimento fenomenico e del compiacimento sensuale approda ad un’aura sacrale che potrebbe incorniciare la percezione del divino ed auspicare il transito ad esso. In contesto cristiano l’”andar per fedi” segue il percorso di ogni coscienza con il faticoso comporsi di piena avvertenza e deliberato consenso. Le facoltà – limitate e condizionate – di intendere e volere offrono all’individuo la possibilità dell’incontro con se stesso e con i propri simili, con il mondo e con Dio. L’arte di fissare tale incontro nella materia sensibile genera icone in cui l’immanentismo confina con il panteismo, e questo con il teismo. Il transito ancestrale ed onirico può allora trasformarsi in cammino verso le solari regioni dell’essere e di Dio, così che l’incerto “andar per fedi” fattosi arte si può risolvere nel corroborante “andar con fede” verso l’immortalità. Tuttavia Eusebi sembra rifuggire da una “pittura forte”, da un pensiero dogmatico, da un eccesso emozionale, poichè lo porterebbe a discostarsi dal vissuto personale e dall’accantonamento provinciale. Usa una “pittura debole” in cui non emerge pienamente l’esperienza ontologica della realtà oltre l’accadimento. Ribadisce infatti che “il continuo bisogno di dubbi e certezze portano la mia insoddisfazione a sfocare, cancellare la verità (che è solo un bene soggettivo) e/o a ridefinire l’immensa oscurità data dal segreto della non esistenza”. L’estetica dell’incerto vagare pittorico dovrebbe allora liberarsi di residui nihilisti per esprimere la relatività del di-segno senza escludere l’oggettività del segno e della realtà al quale esso rimanda. Connotano la rinnovata poetica dell’artista, la fedeltà alla terra infastidita dal carcere della contingenza, unitamente al desiderio di cielo sublimato dal fascino discreto del divino. L’aura leggera che emana il suo gesto creativo rileva ineffabile verticalità.

Intellectus realitatis ed intellectus fidei, orthotes ed aletheia, pensiero e ideologia, teoresi e prassi, divenire contingente e ascesi spirituale, diacronia e sincronia, immanenza e trascendenza, cronos e cairos. Finito e infinito sono binomi dialettici di termini la cui nozione conduce a considerare un fenomeno che percorre l’intero arco dell’umanità e turba l’animo geniale di tanti artisti della modernità. Relazione e divenienza, finitudine e caducità sono categorie portanti nella riflessione sull’essere contingente in quanto l’intera struttura del reale si manifesta come sistema di relazioni che divengono nel tempo e nello spazio. L’uomo appartiene a tale ecosistema, ma oltre ciò delibera di muoversi in questo mondo e di muoversi interiormente.Il suo pellegrinaggio dunque è spontaneo andare nel mondo in cerca di una meta ed è libero romitaggio interiore nell’appassionata ricerca di un fine. Si tratta di movimenti distinti che si congiungono allorquando l’andar verso una meta diventa metafora pittorica e segno pigmentato del fine ultimo. Negli assunti artistici questo è beatificante, senza essere estetizzante. Tale transito è ipotizzato dalla pittura di Terenzio Eusebi che muove “oltre il passo della morte”, come sollecitano i frammenti poetici di Gian Ruggero Manzoni. Il segno pittorico – distaccato, inquieto, ermetico – di Eusebi attraversa questo mondo incontrando l’ineffabile senza poterlo indicare. I luoghi e i momenti che privilegiano il congiungimento di cielo e terra, di creatore e creatura, di infinito e finito assumono valore sacrale. L’incontro dell’uomo con l’uomo, con il mondo e con Dio è dato da un continuo movimento, non fondato su un’inesorabile ciclicità, bensì su un percorso libero, anche se tormentato.

Tale transito dalla storia apre all’eternità, dal finito all’infinito, dal contingente al trascendente. Esso s’iscrive nell’arte suscitando vaga meraviglia e volontà creativa. Terenzio Eusebi si sente così partecipe della natura naturans, anche se non evidenzia l’urgenza di fondarne in Dio il dinamismo. Afferma in proposito: “una parte dell’energia la ri-dono all’universo durante la fase creoperativa. So che in qualsiasi attimo il creato mi rifarà dono della stessa”. Ne deriva che “il progetto è un momento, un passaggio, una dilazione del pensiero, un intendere, un fare senza fare, la meraviglia dell’ignoto; irripetibile”. Siffatto ignoto non dovrebbe perdersi nei meandri di una partenogenesi ciclica, ma risolversi metaforicamente in pulcherrimum nihil. Non possiamo allora non auspicare che la sua esperienza estetica si coniughi vieppiù con quella ontologica e spirituale. Con l’intelligenza infatti l’uomo peregrina verso la realtà adeguandosi all’essenza delle cose. È il cammino della verità, mai esaustivo e sempre seducente che affatica ed esalta chi vuole entrar dentro il reale. Con la volontà l’individuo si dirige liberamente verso se stesso e verso ciò che lo trascende. È l’appetito etico fatto di massime, leggi ed abiti virtuosi che emancipano chi vuole ordinarsi al bene raggiungendo la propria perfezione di essere.

Con il sentimento l’uomo si muove verso il sensibile. È il cammino dell’amore che riunisce i cuori oltre il diletto dei sensi verso la felicità. L’attuale scorribanda di accezioni contrapposte quali modernità e postmodernità, pensiero forte e debole, religioni e religiosità, devono smorzarsi per lasciare all’uomo la possibilità di riprendere un pellegrinaggio reale e non solo virtuale nell’hic et nunc della contemporaneità dove il “transito” possa ridiventare movimento inderogabile del vissuto ed estasiante esperienza di vita. Il cristianesimo, da parte sua, offre un “andar con fede” commisurato alle singole coscienze. In tal contesto anche i segni dell’arte suscitano meraviglia, invogliano al silenzio, stimolano la meditazione, di modo che l’errabondare del genio individuale diventi un “andar per fedi”. Del resto, “esiste ancora, esiste anche in questo nostro arido mondo secolarizzato e talvolta persino guasto di profanazioni oscene e blasfeme, una capacità prodigiosa di esprimere, oltre l’umano autentico, il religioso, il divino, il cristiano”

(Paolo VI, 21 luglio 1976).