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Gian Ruggiero Manzoni

OPERE PITTORICHE

L’arcaico svilupparsi di linee innalza città dalle mura possenti.

Le geometrie si stemperano sollevate o compresse dal materno dubbio della terra.

Ecco il salire verso una fenditura poi il viluppo di onde, di raggi, di antiche energie che portano ad ascoltare i passi sulla collina di carne.

Dall’oscuro, un architrave di arancio sfumato apre l’ennesima porta verso un cosmo che aspetta il balzo.

Tenda come elmo, elmo come tenda della ragione, la quale deambula e sparge luce al di sopra e al di sotto di sé.

La verticalità annulla il labirinto.

E’ un assoluto ancestrale che determina le strutture e il paesaggio.

Templi e ancora porte… architravi che generano l’assenza dell’uomo.

Un pendolo, o filo a piombo, determina l’equilibrio del rappresentato.

Di quel pendolo il segnare tracciati immaginari di un possibile oltre.

Sta sospeso l’ago della bussola su di una collina decorata dalla mossa parete. Quella collina è anche pagliaio e di nuovo tenda e di nuovo abitazione di un popolo che ha come concetto la geometria e come poesia la colata di lava e di zolfo.

Ora le piante architettoniche fluttuano e si scambiano messaggi in un antico dialetto del Piceno.

E’ tutta una tensione di orecchi il darsi a questa pittura, perché il monte sacro attende la processione dei sacerdoti.

Ma ancora l’uomo, volutamente, manca all’appuntamento.

Ogni impressione è lasciata allo scorrere del tempo e della storia.

Non mi resta che decifrare quei libri che mi daranno il codice di entrata.

Infine è la scala che domina o sempre il desiderio di verticalità.

La macchia… lo scuro è tagliato da piani: non sono altro che i gradini che ci porteranno a sacrificare la carne per accettare lo spirito.

Lievità, delicatezza, dolcezza il tratto della grafite che suggella il testamento.

Ognuno di noi lascia una casa edificata e in essa, ognuno di noi, fa accomodare la sua voce.

Non urlerò più!

Mi sentirai nel bisbiglio delle ore.

La liturgia è stata (in questo modo) celebrata.

OPERE SCULTOREE

Un’altra civiltà è passata prima di noi.

Un’altra civiltà passerà dopo di noi.

Esiste, forse, una possibile apertura che getti lo sguardo oltre le nubi, oltre l’azzurro, per giungere al nero universo di stelle?

Sulla tavola il pane dà sfoggio del suo candore.

La bocca è pronta a divorare questa pietra di polvere e acqua.

La massa entra nel labirinto e riporta ciò che è mentale alla virtù della materia.

Inutile sfidare quel che all’uomo è vietato… anche il coraggio non può nulla nei confronti dell’ergersi della natura rocciosa.

In essa dorme il mio cuore, e di questo canterò alle generazioni future.

Si danno profilo i continenti, ma in centro al loro allargarsi è sempre la fenditura che invoglia lo scienziato a dire.

Qua e là il blocco abbandona il suo stato millenario per raggiungere il desiderio di tagliarsi, per dirsi partecipi alla celebrazione.

Forse una rosa, forse un prisma, comunque la morbidezza e la geometria, giunto dal cielo l’ordine, vanno a incontrarsi.

Morbido e definito, curvo e rettilineo smettono di avere un valore nella solitudine.

Solo insieme l’opera può dirsi conclusa.

Il bianco e il nero raggiungono, così, il grigio della prima soluzione.

L’aria è rarefatta.

Anche il respiro si ferma a rispetto di questo lirico percorso.

La mano va e carezza ciò che a terra giace mentre scruta ciò che a parete assume riflesso e sembianza.

Ho dentro di me e non in spalla il trascorrere di tutte le epoche.

L’essere il tabernacolo della divinità nonché l’essere il custode del marmo non può aumentare i giorni del mio stare, della mia venuta e del mio andare.

Bacio dove la natura viene ancora rappresentata e abbraccio l’idea di un mondo in cui solo le parole che viaggiano nel vento e il silenzio che domina la lapide possono dirsi padroni dei colossi in terracotta.

Non possiedo più nulla, quel che avevo è stato donato e ora sono nudo, come quando uscii dal ventre di mia madre e come quando giacerò al di là della lapide che mi darà un nome e un cognome.

Su di essa la scritta:

“ L’uomo è sparito, non rimane che il suo fare”.

Metafisico l’inganno?

Di certo, salita la scala, oltrepassata la porta, l’ombra del fisico non può essere che risultanza.

Tutto c’è e tutto viene cancellato.

Non bisogna mai illudersi di poter superare la forma che la bocca proietta nello spazio siderale.

Insegui solo quella parola, e lasciati andare.

maggio 2008

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OLTRE IL PASSO DELLA MORTE

I

Oh cuore… cuore di tenebra / dalla tua bocca esce il bacio / di una moralità ritrovata.

Verso un arcipelago di isole / incarni la nave e il timone.

Se fossi un venditore d’idee / ti indurrei a disprezzare la vita, / ma sono un portainsegne che non reca virtù /

all’infuori di quella / di mostrare i passaggi.

II

Le occasioni ci rivelano agli altri / ma non a noi stessi. / Quando si sceglie un percorso spesso si dubita di ciò / in cui più si crede.

Ma andiamo, chè l’anima / possa incontrare l’albero e il monte.

Finisca qui il terrore dell’incerto. / Si apra il labirinto delle felicità

e dell’estasi amorosa. / Spedisci lettere al globo intero. / Mai riceverai risposte

se non dal tuo volere.

III

Sollevato il bavero del cappotto / adori la tempesta e la magia / di quelle luci.

Ancora procedi solo, ma dentro il petto

scrive una femmina il congiungersi / degli opposti. / Vuoi che ti racconti una leggenda?

Se si fammi un cenno / e avrai il mio saluto,

quando il saluto è narrazione / e, il cenno, il perduto ascolto.

IV

Distaccato, non vuoi il fastidio. / I vasi contengono vino e resine.

Ciondoli ubriaco di suggestioni. / Hai lasciato i libri per il respiro.

Ti sei privato di tutto e di tutti. / Di tutti e di tutto hai appoggiato la fronte

sul muschio e sui tronchi.

Biforchi il ramo, tessi la tela, inganni / gl’insetti. / Il rosso divampa, il giallo riscalda,

il nero aiuta, il bianco tempera,

il grigio implora un nome. / Sei tu (ora) che tracci / l’esistere delle canzoni.

V

Errore dopo errore / la collezione di noi / si fa strada. / Dolce il tuo ‘non aver rimpianti’

che porta i muscoli / al brillio degli occhi.

Cade la pioggia. / Cade il cielo di stelle. / In un canestro raccogliamo foglie

di passate stagioni. / I fuochi divampano al di là / del bosco.

Ti sussurro, in punta di voce: / “invecchiando si diventa più folli,

ma anche più partecipi ai lutti… / così come…più immuni alle colpe”.

VI

Si chiamava il Passo della Morte / quell’imbuto che m’indicasti

ai margini dell’Appennino?

Sappi che l’ho sognato / poi l’ho mischiato con le ore.

Oltre il Passo, una quercia mi ha sospirato:

“la coscienza è ben mutevole regola / …la falsa coscienza non conosce se medesima”.

Quindi sono entrato in un tempio, / ho acceso candele e ho recitato

la preghiera del luogo / e il salmo delle origini… / il salmo, del totale perdono.

VII

Vicini allo zero / i battiti si fanno lenti. / Resta l’abito del prete

o l’abito di donna, o la testa…

che si spoglia dei grandi cimiteri. / Guarda! Le regine ti aprono il sentiero

mentre le contadine lo percorrono. / Muraglie arcaiche / si ergono quali visioni.

Si alza da terra l’uomo. / Vola il suo cappello. / Un fanciullo lo prende a sassate.

Direi… come nel sonno:

“ogni giorno è sempre giorno; / ogni notte è storia / e indugio di passioni”.

VIII

Pochi sanno essere antichi; / pochissimi sanno essere moderni;

nessuno sa essere muto o cieco.

Posta a riposo la mente / l’interesse non plasma più i vizi / e tantomeno i pregi.

Nulla è più naturale nè più ingannevole / del credere di essere nati.

Scorto l’obbiettivo, l’arco si abbassa / e la freccia cade. / Tanto basta. Tanto ci appaga.

IX

Tu, al mio fianco, ancora dipingi e / disegni. / La carta avvolge lentamente;

le dita premono, ma sono leggere. / Tìppete tàppete…tìppete tà…

insieme intoniamo uno stornello / con un filo d’erba fra i denti.

Tu ammiri incuriosito il mio talismano. / Io soppeso i tuoi misteri.

Balliamo anche, poi ritorniamo seri. / “Dove cresce il mare?”, tu mi chiedi.

“In cima alla tua matita”, io rispondo, / poi tocchiamo il sole e la luna,

quindi mangiamo pane con uva / e farro col miele…

per scacciare gli orsi, i corvi, i lupi / e ogni feroce tendenza.

X

Nei semplici soldati / il coraggio è un mestiere pericoloso

…un lavoro, assurto per guadagnarsi / da vivere. / Negli artisti, col tempo,

lo sfidare il nulla e l’assoluto / è un compito, al quale nessuno

li ha destinati…se non per immaginazione, / se non per renderli prigionieri

di un mondo di piacere, di un mondo / nel quale i passaggi sono riti

di assoluzione, liturgie di memoria, / celebrazioni armoniose

per una semplicità che travalica / ogni cessazione e ammansisce

la giovane foga… la giovane / incapacità di rendersi conto

che il vuoto è il pieno e, il pieno, / non ha mai conclusione. / Tu mi chiedi:

“ma ce la faremo a non soccombere?”. / Io ti rispondo:

“ce la faremo…ma adesso / abbraccia i tuoi racconti e non preccuparti / del dopo”.

febbraio 2001