menu

Luciano Marucci

INTERIOR IMPRINT

1.

Nella percezione collettiva la fabbrica è il luogo della catena di montaggio, dove tutti i movimenti sono funzionali alla produzione in serie per la società dei consumi; il sito dell’incomunicabilità e dell’alienazione, in cui l’operaio, associato alla macchina, perde identità, libertà, umanità.In verità nei reparti ogni giorno si replica una performance fatta di specializzazioni, gesti meccanici,turni e ritmi imposti da organizzazione interna, committenza e concorrenza.In genere l’insediamento destinato a questa ritualità è una costruzione solida e inespressiva, dominata da cemento e metallo, con gli arredi impersonali.

2.

La tipografia è una delle “fabbriche” più antiche; quella maggiormente legata alla vita della città. Con le moderne tecnologie, sempre più rapide e perfette, è divenuta l’espressione più dinamica dell’odierno sistema informativo e promozionale.Il suo prodotto cartaceo, piuttosto differenziato, è veicolo di cultura viva o riflette il gusto comune indotto dalla comunicazione mediale e pubblicitaria. In quest’ultimo caso, l’immagine a stampa non può che connotarsi come stereotipo visivo. Quando invece con l’attività entra in rapporto con l’arte figurativa, il livello qualitativo tende ad accrescersi. In quest’ottica è stato proficuo anche l’avvicinamento tra le tecniche dell’alta tiratura tipografica e quelle seriali dell’arte incisoria che ha raffreddato l’opera e ridotto la valenza feticistica. E strumenti utili per fare arte ‘attuale’ possono essere forniti alle ultime generazioni. Si pensi alla pittura digitale e alle altre innovazioni favorite dal diffondersi dell’informatica, che hanno accostato le opere uniche all’oggetto commerciale, facendo loro assumere certe caratteristiche del multiplo.

3.

Per chi conosce la storia della famiglia di Sergio D’Auria – dalla tipografia artigianale a quella industriale – e il suo speciale sodalizio con l’arte, era naturale aspettarsi che, per ‘addomesticare’ la nuova sede (progettata dal fratello, architetto Sandro), riemergesse il bisogno di dare spazio alle passioni originarie, compensando l’oggettività di un impianto dell’era della globalizzazione con la soggettività propria dei creativi.

Da questo movente prendono avvio i D’Auria Art Events, appuntamenti artistici alternativi a quelli istituzionali del vigente sistema dell’arte.

La manifestazione inaugurale presenta una sorta di “installazione pittorica” dell’ascolano Terenzio Eusebi, armonizzata da una esibizione musicale. Un’operazione ri-creativa che, in primis, si propone di far entrare ufficialmente l’estetica in fabbrica, al fine di contaminare l’ utilità dei reparti produttivi con l’inutilità dell’opera d’arte; la serialità con l’unicità; l’esperienza orizzontale con quella verticale.

Nel contempo l’iniziativa dà modo di aprire lo stabilimento al pubblico per far conoscere i suoi ‘caratteri’, le nuove tecnologie, gli operatori.

l luogo di lavoro, sia pure per un periodo limitato, si trasforma nel palcoscenico di una pièce teatrale o, meglio, in un reality show. Non solo: in questo primo intervento, l’oggetto artistico – grafico, pittorico, plastico – dialoga con l’intera struttura architettonica e i diversi comparti; percorre passaggi obbligati e sconfina all’esterno; dopo essersi appropriato dei materiali d’uso (lastre, carte) e perfino degli imballaggi, va a nobilitare gli ambienti della prestampa e della stampa offset; si insinua tra i macchinari, stimolando i visitatori a una ideale caccia al tesoro…

4.

Terenzio Eusebi, valorizzando le texture dei supporti (abituali o casuali) e le qualità dei materiali impiegati (ordinari o insoliti), con mano leggera e intuizione felice, ha realizzato opere su carta, su tela e tridimensionali, tra cui sorprendenti ceramiche (fatte ultimamente nei laboratori specializzati di Castelli) che ‘edificano’ libere ideazioni di un’architettura utopica, dove l’arcaico si fonde con il contemporaneo.

Tra i lavori eseguiti per l’occasione, alcuni grandi ‘cartoni’ con impossibili itinerari iconici, mappe contrassegnate dai simboli del suo inconfondibile repertorio intimo. Dall’insieme acquistano particolare rilievo gli interventi in situ dell’artista che, senza tradire la sua cifra stilistica, stabilisce un rapporto dialettico più diretto con gli ambienti, offrendo una visione personale degli stessi. Si evidenziano delle tangenze formali, ma tra i due mondi prevalgono differenze sostanziali, ideologiche e concettuali: da una parte la realtà geometrica della funzionalità; dall’altra quella asimmetrica del creativo non allineato.Il titolo dell’esposizione, Interior Imprint, allude proprio a questo dualismo, all’impronta interiore che vuole espandersi, contrapposta allo stereotipo della stampa.

Eusebi, pur agendo nella realtà contingente, non l’asseconda, anzi reagisce opponendo la sua privacy e un modello di vita non standardizzato. In altre parole, indica la centralità dell’interiore sull’esteriore, oggi praticato dai più. Privilegia l’immagine simbolica imprevedibile su quella massmediale, l’evocazione sulla descrizione, l’introspezione sulla contemplazione. Nel suo non-luogo non c’è posto per le banalità del quotidiano. Crede ancora negli affetti, nel mistero e nella magia, nell’alchimia e nella trascendenza. Il protagonista della sua composita produzione (uomo o donna che sia) non è un voyeur, ma un individuo problematico che esplora l’in-conscio; vagheggia l’integrazione con la storia e la natura, va alla ricerca di un altrove più vivibile; desidera colmare il vuoto esistenziale evitando la conflittualità. Allora nell’opera – intesa come scudo di autodifesa e necessità etica – il reale entra solo in veste di metafora e come memoria del presente.

L’artista, per ritrovare le radici e scoprire la sua vera identità, rivisita il primario, si addentra nella dimensione onirica, guarda oltre la soglia del conoscibile. Non ama la luce dei riflettori ed è contro l’omologazione, l’artificialità e il conformismo; aspira a universalizzare le visioni personali con purezza e spontaneità, a comunicare attraverso il silenzio della sacralità e della metafisica. Nelle sue realizzazioni convivono entità frammentate e antitetiche: segno immediato e costruttivo; forme antropo-metamorfiche e minimali, indefinite e architettoniche; figurazione e astrazione; misticismo ed eros. Ma l’apparente incoerenza, da cui deriva il fascino dell’ambiguità e dell’instabilità, riacquista unità nella lettura dei vari soggetti legati da un filo conduttore che consente di focalizzare le sue non dichiarate intenzioni.

Anche quando nelle ultime opere non compare la figura umana, il suo spirito emerge dal disvelamento di ‘tracce’ lasciate dalle antiche comunità che hanno costruito la nostra civiltà, pur se manipolate con invenzioni che rimandano alla postmodernità e a forme visionarie che ipotizzano il futuro.

Eusebi, insomma, tende alla dematerializzazione e a un ampliamento qualitativo delle componenti, senza porsi il problema del consenso popolare che sottrarrebbe sincerità al manufatto. È consapevole che il suo messaggio, introverso e labirintico, non può che essere diretto a un pubblico circoscritto.Va ricordato che linguisticamente egli non è un rivoluzionario. Sperimenta mezzi espressivi inediti (nuovi media e procedimenti), ma resta affezionato al disegno immaginifico e alle peculiarità sensibili e comunicative della “pittura”, anche quando approda all’opera oggettuale e installativa. Ormai ha delle convinzioni e non si fa coinvolgere dalla vertigine della trasgressione a ogni costo: preferisce dare ascolto alle voci del profondo e alle emozioni; puntare sui valori atemporali. Eppure, in questo procedere riflessivo, si scorgono elementi di un’autentica ‘modernità’ che garantiscono all’opera leggerezza, freschezza e originalità.

D’Auria Art Events, ottobre 2004

__

 IL SENSO DEI TRANSITI

Credo che un’attenta lettura dell’opera attuale di Terenzio Eusebi esiga uno sguardo retrospettivo del percorso evolutivo, se non altro per comprenderne meglio le motivazioni di fondo.Va subito detto che la sua ricerca tende costantemente ad individuare i mezzi più efficaci per visualizzare verità nascoste e una identità che trae energia da antiche culture sedimentate nell’inconscio, ma anche dal vissuto che interagisce con un quotidiano incapace di soddisfare i bisogni individuali. La poetica, quindi, è meditata, nutrita da una spiccata sensibilità e formalizzata con sapienza manuale. Parallelamente all’esplorazione dei territori dell’ignoto, l’artista aggiorna il linguaggio pittorico sperimentando tecniche inusuali e introducendo elementi eterogenei. Ecco allora che, dopo una fase iniziale caratterizzata da seducenti quadri affrescati con una calda materia-colore incisa da grafismi e simboli arcaici, arriva a una produzione cromaticamente castigata; dà maggiore ascolto alla condizione esistenziale e reagisce alla materialità del presente praticando, con crescente convinzione, la via introspettiva. Sebbene l’emozione sia più controllata dal pensiero, l’immagine resta animata da impulsi profondi,mentre le forme, rese essenziali e plurisignificanti, riescono ad evocare luoghi magici dove aleggia il fascino del mistero. In questo contesto in espansione tutto (pure l’erotico e il mistico) è intimamente relazionato ed esibito con naturalezza e leggerezza. Astrazioni liriche, associazioni di metafore popolari e mitiche permettono di percepire il senso globale e l’autenticità del messaggio terreno e cosmico. Nella struttura fragile e indefinita di figure allusive e geometriche vaganti nello spazio-tempo senza apparente nesso logico, ogni cosa è sussurrata, mai apertamente dichiarata, ma le diverse componenti sollecitano l’osservatore a varcare la soglia dell’inconoscibile. Nel seguire tale indirizzo Eusebi è arrivato ai recenti lavori stabilendo una sottile relazione concettuale fra due momenti piuttosto distinti che però provano la continuità di una felice e tormentata investigazione.

Con le nuove grandi tele plotter painting mostra di volersi distanziare dall’opera. Tra l’altro, ha tolto spessore allo specifico pittorico e identificato colore e segno in un prodotto più freddo dalle qualità seriali, sostanziato e sublimato da una luce interiorizzata. Così ha risposto al desiderio di dialogare con i pervasivi strumenti della tecnologia, senza tuttavia farsi contaminare dalle esteriorità mediali e, forse, con la segreta speranza di umanizzarla.Questa volta tentando un’altra metamorfosi ancora più vitale.

Sicuramente, nel portare in superficie il sommerso, ha inteso focalizzare esiti positivi di precedenti esperienze, finalizzare passioni foto-grafiche rimaste inespresse e reportages di viaggi più reali che virtuali. Da qui la coerente ripresa di soggetti emblematici, di motivi affettivi e di graffiti metropolitani sottratti all’anonimato: segni dello spirito dei tempi che non si captano in un rapido attraversamento.

Dunque, nella sintesi dell’opera ultima convivono icone di memorie remote e febbrili testimonianze del contemporaneo in una reinterpretazione del sentire collettivo e nella concezione antropologica unitaria del protagonista-uomo oggi più che mai privato di certezze. Indubbiamente un altro approdo necessario, anche se non definitivo.

Del resto, in arte spesso sono più produttivi i transiti che le fermate.

novembre 1998