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Dalla carta alla pietra

Arte Villa Picena 2009

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La nascita della forma

Eusebi ha una particolare predisposizione ad occuparsi dello stato nascente delle forme. Il suo nomadismo stilistico lo conduce a confrontarsi spesso con problemi tecnici sempre diversi, ma resta sempre fedele ad una sorta di visione in fieri dell’arte. Non cerca mai di ripetersi su quanto trovato, ma una volta che abbia raggiunto un risultato, compie immediatamente uno spostamento verso una direzione nuova. In questo il suo tema natale, per così dire, è definibile come in-finitum, cioè come quella porzione dell’arte che tende a qualcosa senza volerla veramente raggiungere. Questo non-finito libera anche la forma dalla costrizione dell’Essere. A questa è sufficiente, infatti, apparire, provvisoriamente, per qualche tempo e in qualche circostanza. Questa regola interna della poetica di Eusebi, non si smentisce nemmeno nelle sue “architetture” in cui non solo la consistenza del marmo o della ceramica dovrebbe portare ad una permanenza più cospicua, ma anche le forme dovrebbero sfiorare l’utile almeno quanto predisposizione formale: invece anche qui sfugge al suo destino. Qui il non-finito si avvolge d’ indeterminatezza, l’artista raccoglie delle utopie abitative che vogliono restare tali, senza venir in alcun caso realizzato.

Così nelle carte, o meglio nei lavori in cui questo medium è prevalente, si avverte la capacità ancora una volta a presentare situazioni in divenire, a non voler mai chiudere in uno spazio tempo i lavori. Textures diverse, forme instabili, confini incerti, increspature delle superfici, creano un’impressione profonda e misteriosa. Terenzio Eusebi così ci restituisce un “minimalismo caldo” in cui la geometria ha una funzione euristica, ma non assoluta. Il suo nomadismo non gli consente una ripetizione, un’allitterazione per questo colloca sempre le proprie opere in uno spazio senza confini, in un territorio in cui le opere stesse ampliano gli orizzonti, creano echi imprevedibili, occupano lo spazio per scomparire. Le carte sono quasi delle geografie che tracciano i limiti di un mondo impreciso, affascinante, che rivela una certezza che non ha niente a che vedere con la verità. Un mondo che appartiene interamente all’artista e che diventa però anche nostro, pur se solo per lo spazio di un’intensa percezione e, forse, d’in-finite memorie.

Valerio Dehò

Step 09
Gioco quotidiano