menu

Gioco quotidiano

Personale 2015 - Forte Malatesta - Ascoli Piceno

prev
next

Filosofia della semplicità/essenzialità

Per comprendere il lavoro di Terenzio Eusebi mi sono rifatto ad un testo di John Maeda, docente all’M.I.T. di Boston, che ha scritto nel 2006 “Le leggi della semplicità”: uno studio su come analizzare un fenomeno paradossalmente (ma realisticamente) complesso come la semplicità in quanto base di un corretto approccio alla conoscenza.

È vero che uno scienziato non è un artista e che arte e scienza adoperano paradigmi differenti. È anche vero che il potere di analisi del linguaggio scientifico non può applicarsi tout court alle arti visive. Ma quando ho letto qualche anno fa la frase di Maeda “Sottrarre significa sottrarre l’ovvio e aggiungere il significativo”, ho pensato immediatamente al modo di procedere di Terenzio e che le 10 leggi della semplicità potevano essere reinterpretate per capire il suo lavoro e il suo modo di procedere, la sua pazienza costruttiva di ogni opera. Del resto anche il suo essere e comportarsi in modo in apparenza “astratto” rispetto alle situazioni della vita, ha lo scopo di avere sempre un margine per pensare a qualcosa di diverso e di meglio da fare e da dire. Inoltre la parola semplicità va bene, ma preferirei parlare in questo caso di “essenzialità”. Cioè di qualcosa che è semplice ma che è anche necessaria. In campo artistico la semplicità è stata spesso scambiata con la pittura naif, con qualcosa di banale, di elementare e di non elevato.

L’essenzialità è invece quel qualcosa che togliendo un piccolissimo elemento fa cambiare tutto. Come in una costruzione di migliaia di fiammiferi in cui se ne sottrai uno solo, si rischia il crollo dell’intera struttura messa insieme con fatica e una lunga temporalità.

Terenzio agisce così. Va alla ricerca di questo diaframma, di questa imponderabilità che confina con l’imponderabile, con ciò che pesa, appunto, e che ha materia e spessore. Se la prima legge della semplicità dice “Riduci” si comprende come la creazione di un’opera d’arte in questa filosofia deve essere un continuo lavoro di sottrazione. Il limite può soltanto consistere nell’intuizione dell’artista, nella sua sensibilità. Cosa merita di sopravvivere di quanto fatto o pensato, e cosa invece deve essere sacrificato? È chiaro che la lentezza è fondamentale perché ridurre troppo vuol dire svanire nell’imponderabile. Vi è sempre un punto di non ritorno. Attendere è intelligente anche se non è una garanzia di non commettere errori.

La seconda legge dice “Organizza” perché bisogna dare un senso visivo a ciò che è complesso, ma anche ridurre il carico dei significati. Molti artisti eccedono nei contenuti che diventano troppo condizionanti rispetto alle forme. Bisogna imparare dalla poesia. Un verso, una metafora, una parola sono sufficienti per descrivere un universo.

La terza regola parla del “Tempo”. Un’opera d’arte non deve impegnare troppo il pubblico, deve essere colta in uno sguardo, deve dare subito l’idea dell’enigma da decifrare. Un monolite è affascinante per questo, per esempio. Quindi il tempo è una misura. Il tempo, esiste è basta, non può essere troppo o poco, contiene in sé la giustificazione del proprio esistere.

La quarta legge dice di imparare la semplicità da ciò che abbiamo intorno. Il lavoro di Terenzio si nutre anche di quello che lo circonda, delle idee, dei materiali industriali, delle architetture viste e immaginate e anche delle manualità di quelli che collaborano con lui. Imparare è sempre la cosa più difficile. La quinta legge parla delle “Differenze” perché spiega che la complessità e la semplicità sono necessarie l’una all’altra. Se un artista produce solo lavori “semplici”, magari l’effetto totale può essere noioso, ripetitivo come nelle opere di molta Minimal americana e di un Carl Andre. Tutto diventa troppo scontato e omogeneo. L’arte ha bisogno di differenza, anche e soprattutto.

La sesta legge parla del “Contesto” e questo nell’arte è l’ambiente in cui vengono presentate le opere. Terenzio sa perfettamente collocare i suoi lavori nello spazio, ogni luogo dà una forza particolare alle opere, le sue installazioni vivono anche nelle differenti possibilità di visione. Un artista come lui sa rapportarsi agli spazi di un castello medievale o di un magazzino industriale, di una galleria cosi come in un palazzo antico. Le opere non sono mai le stesse e hanno tante varianti quanti sono gli spazi in cui verranno percepite. La regola successiva parla dell’“Emozione”, la semplicità o essenzialità come la chiamiamo qui, si cementa nello sguardo e nella mente delle persone attraverso l’emozione. Se non scatta questo meccanismo non succede niente. È come se l’opera d’arte fosse muta o come se parlasse a se stessa. Terenzio sa dare emozione e magia ai suoi lavori, sa creare quel tanto di sospensione e di attesa che fa scaturire un sentimento nello sguardo di chi osserva e si colloca dentro l’opera installativa.

 La “Fiducia” è l’ottava legge che sta a significare che bisogna far credere alla semplicità/essenzialità. Non vi è nulla di scontato. Tante volte le persone ordinarie non capiscono ciò che è semplice, dall’arte si aspettano colori, forme, spettacolo e fuochi d’artificio, tanta perizia tecnica anche se non sanno distinguere una stampa da un originale. Il minimalismo non sempre paga e ci vogliono gli intenditori per apprezzarlo e anche per riconoscerne i limiti. Anche perché, e questa è la nona legge, la difficoltà soprattutto per gli artisti è nel dichiarare il fallimento della ricerca di riduzione. Vi sono “cose” che non possono essere semplificate. Non è facile accorgersene, ma a questo punto probabilmente l’esperienza gioca un ruolo determinante. E l’ultima legge consiste proprio nel saper cambiare i punti di vista. Facendolo, le cose non appaiono mai uguali, il lontano diventa vicino e viceversa. Guardare all’essenzialità/semplicità da molteplici strutture visive e culturali è qualcosa di estremamente difficile. Ma vi si può riuscire.

L’artista, cioè Terenzio Eusebi, ha sempre nel corso del suo lavoro cercato il confronto e la moltiplicazione delle weltanshauung, con sincerità e intuizione. Per aggiungere qualcosa di significativo e togliere ciò che è superfluo, bisogna valutare tanti aspetti del problema. L’artista consapevole sa moltiplicarsi o sa cogliere negli altri, le conferme o le smentite di quanto può attendersi. E sa anche cambiare in conseguenza. Citando il titolo perfetto di un libro non di un filosofo o di uno scienziato, ma di un grande disegnatore satirico francese come Jean Jacques Sempé, potremmo concludere: “Complicato, ma non semplice”.

 

Gioco quotidiano

Il gioco fa parte integrante della cultura del Novecento, artisti come Paul Klee e Wassily Kandinsky, Alexander Calder o Marcel Duchamp hanno costruito sul gioco molte opere importanti ed elaborato una poetica artistica che è anche una filosofia dell’esistenza. Giocare è apprendere, questo è un elemento comune all’uomo come agli animali.Giocare vuol dire simulare i meccanismi della vita e della sopravvivenza, così si apre uno spazio per stimolare la fantasia e la capacità simbolica dei bambini. Arte e gioco sono giustamente considerati come un pilastro della conoscenza e la loro organizzazione in chiave di linguaggio trasmissibile, un libro che sia anche gioco e avventura visiva e intellettuale, è allora il miglior investimento di energie creative. Questo ci dice un lavoro cardine di tutta l’esposizione che dà il titolo alla mostra, “Gioco quotidiano”. Quello che Terenzio Eusebi racconta con quest’opera di grandissima complessità tecnica, pone da un lato il gioco con la sua carica di casualità a fondamento della vita di tutti i giorni, dall’altro mostra come anche i giochi hanno delle regole e sono ben lontani da qualsiasi idea di Caos. Anzi questa installazione stabilisce l’antinomia tra Caos e Caso. Quest’ultimo non è mai totalmente arbitrario e imprevedibile, la stessa arte del Novecento ha creato una filosofia della casualità basti pensare in pittura a Pollock.Soltanto che si tratta di un caso guidato, intelligente, qualcosa che possiede una razionalità magari dettata dall’esperienza e dalla consapevolezza. Le sfere di vetro scorrono prima sulle nostre teste, poi scendono lungo uno scivolo per rimbalzare sul pavimento e terminare la loro corsa inerziale. Gioco e fisica vanno insieme. La visione esistenziale del “Gioco quotidiano” sta anche nella ripetizione, la sequenza di sfere termina e ricomincia ogni volta come una nuova giornata, come ogni ciclicità che può essere interrotta dall’imprevedibilità della fine.

 

All’incontrario per la stessa strada

“All’incontrario per la stessa strada” è un lavoro in cui torna il tema del percorso da compiere e quindi del viaggio. Le strisce di tela tese a impedire allo sguardo di scorrere liberamente, sono ostacoli tesi a occultare parzialmente una realtà, sappiamo che questa esiste e che ci attende dall’altra parte. Importante è che Terenzio Eusebi abbia sottolineato l’elemento della tensione, un elemento dinamico ma sospeso in un momento di immobilità. Vedere la tensione, tendere lo sguardo. La doppia possibilità si pone come interpretazione del senso visivo e del significato metaforico. Inoltre il video di un viaggio in Perù, ripercorre una vicenda personale con i tempi lunghi e ripetitivi di un viaggio sudamericano senza fretta. Gli opposti si toccano, senza coincidere. Il viaggio di andata è lo stesso di quello del ritorno.O forse no, è il viaggio di ritorno che coincide con quello di andata. Il tempo si fa circolare, le fasce si snodano per ritornare al punto di partenza che è anche quello di arrivo perché il tempo rettilineo è solo un’invenzione dei mercanti e del denaro. Il mondo come suggeriva Raymond Quenau all’inizio del suo “Odile”, può essere anche guardato come riflesso di una pozzanghera e non cambierà molto.

 

Safed

“Safed” è un’altra grande installazione che si richiama alla tribuna o pulpito per il ministro officiante, per il lettore della Bibbia e per il predicatore nella struttura interna della sinagoga. Il titolo deriva dall’omonima città della Galilea e si richiama direttamente al pulpito della sua importante sinagoga. Da questo spunto Eusebi ricava una struttura architettonica complessa in cui è vincente il movimento ascensionale. Indica un percorso, ma anche la piattaforma con la stella sta ad indicare il cielo celeste proiettato sulla terra. Il tema della religione è affrontato in chiave laica e poetica, andare in alto vuol dire guardare alle cose terrene con altri occhi, ma anche cercare di portare l’uomo al di sopra della bieca materialità. Del resto il pulpito è il luogo in cui la parola dell’officiante si trasmette alle persone, è sempre la parola che in questo caso è solo evocata, che congiunge l’alto con il basso, la deità e la gente comune. Inoltre la stessa collocazione dell’opera sta a indicare non solo il rapporto con l’innalzamento verso la spiritualità, ma anche la necessità dello stesso atteggiamento e disposizione. La struttura lignea diventa una montagna da scalare, il percorso appare come una scoperta e lo stesso pubblico viene posto di fronte a delle scelte. Per questo “Safed” nonostante la sua realtà storica, è soprattutto un simbolo del rapporto tra l’uomo e Dio, qualunque nome e aspetto esso abbia.“Non mi cercheresti se non mi avessi già trovato”, diceva Agostino, riferendosi all’Eterno che dialoga con l’uomo.

Valerio Dehò

Dalla carta alla pietra
Plastica Italiana