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Human Space

Galleria Insieme 2008

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L’universo rappresentato da Terenzio Eusebi è apparente deserto di uomini. In effetti, rappresenta perfettamente uno spazio umano in cui la presenza antropologica lascia tracce non apparenti, ma fortissime. Luogo d’architetture, di forme che non hanno l’evidenza definitiva, il lavoro di Eusebi procede per similitudini, si sviluppa quasi organicamente come un progetto utopico. Non vi sono valori costruttivi da esaltare, geometrie da saldare tra di loro alla ricerca di una perfezione strutturale, ma tutto si tiene assieme per una necessità intima, per una volontà delle forme di aderire ad un progetto non dichiarato.

Dai disegni alle sculture il passo è breve e si nota che a parte l’evidenza dei differenti media,  tutto ritorna nelle pieghe dei particolari, nel segno che segue morbidamente l’idea di un’arte che vuole edificare la variabilità e la fantasia dell’uomo a inventare spazi che solo lui può abitare. Eusebi tende a delineare delle forme che attendono un uso, una vivibilità, ma che sono però perfettamente autonome, possono anche rimanere così in eterno. In questo si avverte un tocco metafisico, sottolineato in alcuni casi da una monumentalità accennata, evocata, ma mai definita del tutto. L’artista usa spesso una sottile ironia per spiazzare l’osservatore con dei non sense visivi. Un albero piantato dentro il cratere in cima a un monte, le scale che conducono, assieme anche a una rampa pro handicap, a una sorta di letto con uno strano baldacchino, sono elementi di un gioco combinatorio infinito e disarmante. Le scale, i piani inclinati sono un’altra costante di questo lavoro, ma spesso non sono accessori quanto delle realtà architettoniche autonome. Sono metafore di un movimento impossibile, di un falso movimento che non conduce a nulla, che si esaurisce nel gesto, nell’indicazione.

Lo spazio umano è impreciso, lo sappiamo bene, non è  mai chiaramente definito. Ma Eusebi ci dice anche che, nonostante tutto, questo può e deve essere costruito. Ha la leggerezza di una matita su di un foglio di carta, ma la solidità del marmo. I confini sono labili come sogni, ma chiari e certi come un’utopia.

 Valerio Dehò   

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