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Figure Mancanti

Exhibition Art, 2008

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Opere pittoriche

 

L’arcaico svilupparsi di linee innalza città dalle mura possenti.

Le geometrie si stemperano sollevate o compresse dal materno dubbio della terra.

Ecco il salire verso una fenditura poi il viluppo di onde, di raggi, di antiche energie che portano ad ascoltare i passi sulla collina di carne.

Dall’oscuro, un architrave di arancio sfumato apre l’ennesima porta verso un cosmo che aspetta il balzo.

Tenda come elmo, elmo come tenda della ragione, la quale deambula e sparge luce al di sopra e al di sotto di sé.

La verticalità annulla il labirinto.

E’ un assoluto ancestrale che determina le strutture e il paesaggio.

Templi e ancora porte… architravi che generano l’assenza dell’uomo.

Un pendolo, o filo a piombo, determina l’equilibrio del rappresentato.

Di quel pendolo il segnare tracciati immaginari di un possibile oltre.

Sta sospeso l’ago della bussola su di una collina decorata dalla mossa parete. Quella collina è anche pagliaio e di nuovo tenda e di nuovo abitazione di un popolo che ha come concetto la geometria e come poesia la colata di lava e di zolfo.

Ora le piante architettoniche fluttuano e si scambiano messaggi in un antico dialetto del Piceno.

E’ tutta una tensione di orecchi il darsi a questa pittura, perché il monte sacro attende la processione dei sacerdoti.

Ma ancora l’uomo, volutamente, manca all’appuntamento.

Ogni impressione è lasciata allo scorrere del tempo e della storia.

Non mi resta che decifrare quei libri che mi daranno il codice di entrata.

Infine è la scala che domina o sempre il desiderio di verticalità.

La macchia… lo scuro è tagliato da piani: non sono altro che i gradini che ci porteranno a sacrificare la carne per accettare lo spirito.

Lievità, delicatezza, dolcezza il tratto della grafite che suggella il testamento.

Ognuno di noi lascia una casa edificata e in essa, ognuno di noi, fa accomodare la sua voce.

Non urlerò più!

Mi sentirai nel bisbiglio delle ore.

La liturgia è stata (in questo modo) celebrata.

 

 Opere scultoree

 

Un’altra civiltà è passata prima di noi.

Un’altra civiltà passerà dopo di noi.

Esiste, forse, una possibile apertura che getti lo sguardo oltre le nubi, oltre l’azzurro, per giungere al nero universo di stelle?

Sulla tavola il pane dà sfoggio del suo candore.

La bocca è pronta a divorare questa pietra di polvere e acqua.

La massa entra nel labirinto e riporta ciò che è mentale alla virtù della materia.

Inutile sfidare quel che all’uomo è vietato… anche il coraggio non può nulla nei confronti dell’ergersi della natura rocciosa.

In essa dorme il mio cuore, e di questo canterò alle generazioni future.

Si danno profilo i continenti, ma in centro al loro allargarsi è sempre la fenditura che invoglia lo scienziato a dire.

Qua e là il blocco abbandona il suo stato millenario per raggiungere il desiderio di tagliarsi, per dirsi partecipi alla celebrazione.

Forse una rosa, forse un prisma, comunque la morbidezza e la geometria, giunto dal cielo l’ordine, vanno a incontrarsi.

Morbido e definito, curvo e rettilineo smettono di avere un valore nella solitudine.

Solo insieme l’opera può dirsi conclusa.

Il bianco e il nero raggiungono, così, il grigio della prima soluzione.

L’aria è rarefatta.

Anche il respiro si ferma a rispetto di questo lirico percorso.

La mano va e carezza ciò che a terra giace mentre scruta ciò che a parete assume riflesso e sembianza.

Ho dentro di me e non in spalla il trascorrere di tutte le epoche.

L’essere il tabernacolo della divinità nonché l’essere il custode del marmo non può aumentare i giorni del mio stare, della mia venuta e del mio andare.

Bacio dove la natura viene ancora rappresentata e abbraccio l’idea di un mondo in cui solo le parole che viaggiano nel vento e il silenzio che domina la lapide possono dirsi padroni dei colossi in terracotta.

Non possiedo più nulla, quel che avevo è stato donato e ora sono nudo, come quando uscii dal ventre di mia madre e come quando giacerò al di là della lapide che mi darà un nome e un cognome.

Su di essa la scritta:

“ L’uomo è sparito, non rimane che il suo fare”.

Metafisico l’inganno?

Di certo, salita la scala, oltrepassata la porta, l’ombra del fisico non può essere che risultanza.

Tutto c’è e tutto viene cancellato.

Non bisogna mai illudersi di poter superare la forma che la bocca proietta nello spazio siderale.

Insegui solo quella parola, e lasciati andare.

Gian Ruggero Manzoni

Due. Arte e Parole. Terenzio Eusebi e Antonella Mazzoni
Non-Finito